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Perché la Lingua dei Segni è un valore per tutti

Quando si parla di Lingua dei Segni (LIS), la domanda più frequente che ci si sente rivolgere è quasi sempre la stessa: “A quante persone serve davvero?”.

È una domanda comprensibile, ma parte da una premessa sbagliata. La risposta corretta, infatti, non si misura contando il numero di persone sorde, ma valutando i benefici incalcolabili che la LIS offre all’intera società.

Diffondere la Lingua dei Segni significa fare un investimento concreto per costruire una comunità più intelligente, empatica e creativa.

Vuoi sapere perché?

Ecco perché la LIS è una risorsa preziosa per tutti, nessuno escluso.

1. Un superpotere per il cervello: sviluppo cognitivo e creatività

Imparare la LIS non significa semplicemente apprendere un nuovo codice o tradurre parole a gesti: significa trasformare radicalmente il modo in cui il nostro cervello elabora le informazioni e percepisce il mondo. E quando tutto questo avviene attraverso l’arte, l’esperienza diventa ancora più potente, profonda e divertente.

  • Potenziamento della memoria e della visualizzazione: La natura visivo-spaziale della Lingua dei Segni stimola in modo profondo la memoria visiva. Chi studia la LIS sviluppa una straordinaria capacità di immaginare concetti astratti in forma tridimensionale.
  • Allenamento al pensiero laterale: Nella LIS, uno stesso messaggio può essere espresso in modi differenti costruendo una vera e propria “scena” nello spazio. Questo processo allena la mente a cercare soluzioni creative e non convenzionali ai problemi quotidiani — proprio come fa un pittore quando sceglie i colori per la sua tela.
  • Capacità di analisi e sviluppo relazione e empatico attraverso la strategia dell’impersonamento: Attraverso l’uso del corpo per diventare “altro da sé” (un animale, un oggetto o un’altra persona), si sviluppa una capacità di analisi e descrizione della realtà nettamente superiore a quella fornita dalla sola lingua parlata.

2. Riconnettersi con il corpo: consapevolezza ed espressività

Mentre la lingua parlata si affida quasi esclusivamente alla voce e al canale uditivo, la LIS utilizza l’intero corpo come “contenitore” e veicolo di concetti.

  • Una comunicazione più armonica: Con la LIS, corpo e pensiero si muovono all’unisono. Questo percorso rende gli udenti molto più consapevoli della propria gestualità e dell’enorme potenziale della comunicazione non verbale.
  • La “grammatica del volto”: Nella Lingua dei Segni, l’espressione facciale non è un semplice contorno, ma un vero e proprio elemento grammaticale fondamentale. Studiarla permette di migliorare l’efficacia comunicativa globale, insegnando a trasmettere emozioni, sfumature e intenzioni con assoluta chiarezza e autenticità.

3. Un impatto sociale profondo: inclusione ed empatia

Al di là dei singoli benefici individuali, la diffusione capillare della LIS agisce come un potente antidoto contro la solitudine e l’isolamento sociale.

  • Un’arma efficace contro il bullismo: Promuovere la LIS tra i più giovani favorisce un’apertura mentale capace di abbattere lo stigma della diversità. La paura dell’ignoto viene così sostituita dall’empatia, dal rispetto e dalla sensibilità verso le esigenze altrui.
  • Diventare cittadini attivi: Ogni persona che sceglie di imparare la LIS diventa una vera e propria “cassa di risonanza” nella società. Diventa un esempio concreto per gli altri, dimostrando che l’inclusione non è un concetto astratto o un dovere riservato solo a chi ha familiari sordi, ma una strada accessibile e arricchente per tutti.

In conclusione

La Lingua dei Segni non è solo un ponte per comunicare con la comunità sorda: è una chiave straordinaria per esplorare nuove dimensioni della nostra mente, del nostro corpo e delle nostre relazioni.

Avvicinarsi alla LIS significa fare un regalo a se stessi e, allo stesso tempo, contribuire a creare un mondo più aperto, accogliente e connesso.

Oltre lo Spiraglio: Quando l’Arte apre le porte

“Quando le porte della percezione si apriranno, tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite.”

Questa frase di William Blake, visionario poeta e pittore del Settecento, risuona attraverso i secoli come un invito magico. Ma cosa significa davvero”aprire” le porte di come vediamo il mondo?

Per molti, la realtà è ciò che tocchiamo, vediamo e sentiamo ogni giorno. È fatta di confini, definizioni, e spesso, di etichette scritte da altri. Ma per chi vive l’arte, o per chi sperimenta il mondo attraverso sensi e linguaggi diversi, quella “realtà” definita è solo uno spazio chiuso a chiave.

Nell’immagine che apre questo post, ho voluto rappresentare proprio questo momento di confine: la tensione tra il limite e l’infinito.

La “Porta Chiusa” è rappresentata dalle mie mani ed è il simbolo di tutto ciò che ci limita: i pregiudizi, la mancanza di comunicazione, la routine che ci anestetizza, o anche le barriere sensoriali e linguistiche che il mondo ci pone davanti.

Quella porta chiusa non è solo un oggetto; è uno stato mentale. È il vedere le cose come “finite”, separate, catalogate.

Ma subito dopo, c’è lo spiraglio.

Guardare Attraverso la Fessura: Il Momento della Scoperta

E’ proprio tra le mani/porta che c’è una fessura. Non è ancora una porta spalancata, è solo un taglio nella barriera. Ma è sufficiente. Blake scriveva che l’uomo si è chiuso fino a vedere tutte le cose attraverso le strette fenditure della sua caverna. Quel guardare non è passivo. È un atto di curiosità e di resistenza.

Attraverso quella fessura non vedo il mondo grigio che c’è “fuori”. Vedo luce, vedo il mio mondo interiore che preme per uscire. Ed è qui che la citazione di Blake diventa carne, colore e vita.

Le mie mani sono piene di colori, di vita. Quelle mani non hanno solo cercato lo spiraglio; hanno creato quel mondo che ora stanno guardando.

E dietro ci sono io, ma ci sono anche le mie opere. Sono immersa nella mia pittura. Non sto semplicemente davanti a una tela; vivo dentro il mio spazio creativo. I colori sui miei quadri non hanno confini netti, sfumano l’uno nell’altro, creando paesaggi dell’anima che non finiscono dove finisce la cornice.

Questo è l’Infinito per me.

Abbandonare l’idea che una sedia sia solo una sedia, o che un silenzio sia solo assenza di suono. Aprire le porte della percezione significa usare l’arte e l’espressione (che sia visiva, segnata, pittorica o scritta) per abbattere i muri della routine e vedere la connessione, infinita e vibrante che lega ogni cosa.

Quando dipingo, o quando comunico in LIS, io spalanco le mie porte. E in quel momento, non ci sono più chiusure. Solo un flusso infinito di possibilità.

E voi?

  • Quali sono le “porte chiuse” che sentite limitare la vostra percezione oggi?
  • C’è un momento, un’attività o un’arte che vi permette di guardare attraverso lo spiraglio e vedere l’infinito?

Condividete i vostri pensieri nei commenti.

Incontrare la bellezza con occhi sordi: “Il Mangiatore di sole” di Joan Miró

Guarda Video in LIS con sottotitoli in italiano: https://youtube.com/shorts/PEbQmzXJqRU


Mi hanno sempre incuriosito le forme sintetiche di Joan Miró e la sua attrazione per il disegno infantile, una pittura capace di spogliarsi del superfluo per ritrovare l’essenza delle cose e la purezza della percezione.

C’è un’opera in particolare che incarna questo spirito: Il Mangiatore di sole, dipinta dall’artista spagnolo nel 1955. Con questo quadro, Miró ci racconta la sua passione per l’osservazione del cielo, per quel senso di spazio infinito popolato da forme libere: la luna, il sole, lo splendore delle stelle. Tutto questo ispira la sua ricerca visiva, portandolo a creare un personaggio curioso, dai grandi occhi spalancati.

Sono proprio quegli occhi così enormi a colpire: ricordano da vicino gli “occhi sordi”, lo sguardo di chi fa del canale visivo la propria porta primaria sul mondo. Gli occhi delle persone sorde, abituati a catturare ogni dettaglio, sfumatura o movimento, sono qui gli occhi del Mangiatore di sole: visioni cariche del desiderio di “assorbire” tutto ciò che le circonda — i colori del cielo e del mare, il calore e la bellezza della luce. Più osserva, più i suoi occhi si fanno grandi.

Questo personaggio rappresenta ognuno di noi nel momento in cui restiamo senza parole di fronte alla meraviglia. Quando guardi qualcosa con un incanto tale da non usare la voce, ma solo lo sguardo, per catturarla e portarla per sempre dentro di te come una luce.

Joan Miró, Le Mangeur de soleil (1955). Fonte: MoMA