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Incontrare la bellezza con occhi sordi: “Il Mangiatore di sole” di Joan Miró

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Mi hanno sempre incuriosito le forme sintetiche di Joan Miró e la sua attrazione per il disegno infantile, una pittura capace di spogliarsi del superfluo per ritrovare l’essenza delle cose e la purezza della percezione.

C’è un’opera in particolare che incarna questo spirito: Il Mangiatore di sole, dipinta dall’artista spagnolo nel 1955. Con questo quadro, Miró ci racconta la sua passione per l’osservazione del cielo, per quel senso di spazio infinito popolato da forme libere: la luna, il sole, lo splendore delle stelle. Tutto questo ispira la sua ricerca visiva, portandolo a creare un personaggio curioso, dai grandi occhi spalancati.

Sono proprio quegli occhi così enormi a colpire: ricordano da vicino gli “occhi sordi”, lo sguardo di chi fa del canale visivo la propria porta primaria sul mondo. Gli occhi delle persone sorde, abituati a catturare ogni dettaglio, sfumatura o movimento, sono qui gli occhi del Mangiatore di sole: visioni cariche del desiderio di “assorbire” tutto ciò che le circonda — i colori del cielo e del mare, il calore e la bellezza della luce. Più osserva, più i suoi occhi si fanno grandi.

Questo personaggio rappresenta ognuno di noi nel momento in cui restiamo senza parole di fronte alla meraviglia. Quando guardi qualcosa con un incanto tale da non usare la voce, ma solo lo sguardo, per catturarla e portarla per sempre dentro di te come una luce.

Joan Miró, Le Mangeur de soleil (1955). Fonte: MoMA

L’esperienza nel museo apertura alla meraviglia


Voglio partire oggi da una riflessione fatta nel contesto di un’esperienza svolta in ambito museale. Un signore mi condivideva quanto sia bello trovare un’esperienza nel museo che si sviluppi da ciò che le persone portano e non piuttosto a partire da una rigida scaletta in cui la guida appunto “guida” l’osservazione, mostrando quello che tu “devi” vedere. “Al contrario mi piace piuttosto la possibilità di aprire alle infinite e personali possibilità con cui si può esplorare il museo. E se io sono più attratto magari da un’opera “secondaria” che non è nella scaletta di quelle che invece mi si vuole mostrare?, e se davanti a questa ho bisogno di relazionarmi per più tempo, magari anche in dialogo con gli altri?”

Mi veniva allora in mente una frase di Bruno Bettelheim nel suo testo “I bambini e i musei” che risale al lontano 1979: “il più grande valore che il museo può avere… indipendentemente dal suo contenuto, è quello di stimolare e, ciò che più conta, affascinare l’immaginazione; risvegliare la curiosità in modo tale da spingere a penetrare sempre più a fondo il senso degli oggetti esposti; fornire l’occasione di ammirare, ciascuno secondo i suoi tempi e ritmi; e, soprattutto, comunicare un senso di venerazione per le meraviglie del mondo. Perché in un mondo che non fosse pieno di meraviglia, non varrebbe la pena di crescere e abitare”.

Il museo deve essere un luogo delle possibilità mentre spesso associamo la visita come a un qualcosa di noioso o stancante. Partire non dalle opere al suo interno da dover mostrare a tutti i costi e in tempi predeterminati, ma al contrario partire dalle persone che vengono a vedere quelle opere, a vivere quello spazio: questo è il valore aggiunto.

Partire dalle persone, sempre dalle persone.