Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità (prima parte)

PRIMA SALA

Questa mostra particolare già dal titolo che unisce due termini all’apparenza contrapposti: il Denaro e la Bellezza, l’uno appartenente alla categoria venale dell’avere, l’altro alla categoria ben più elevata dell’essere, ci fanno entrare nell’affascinante mondo della Firenze rinascimentale, quando proprio questi due aspetti, e quindi da un lato la moneta, dall’altro la bellezza incarnata nella varietà delle creazioni artistiche, raggiunsero le vette più alte nella storia dell’uomo.

Il Trecento e il Quattrocento registrarono una tensione oscillante fra l’immagine pia di una Firenze che si considerava città di Dio, addirittura la Nuova Gerusalemme, e la sua vocazione ai beni di lusso e alla finanza internazionale. E Botticelli in tutto questo? Non vedremo solo opere del Botticelli; in realtà a lui riserviamo un’attenzione particolare per il fatto che nella sua carriera pittorica, più che in ogni altra, si riflettono gli spostamenti e le tensioni dell’epoca che consideriamo, la tensione fra sacro e mondano. Infatti Botticelli inizierà con sontuosi dipinti nei quali compaiono figure sacre in eleganti abiti fiorentini, spesso impreziositi dalla foglia d’oro, di un’esaltazione della ricchezza abbagliante, passando poi ai grandiosi dipinti mitici dell’era di Lorenzo il Magnifico, per arrivare infine alle immagini sacre più austere e piene di pathos degli anni novanta del Quattrocento, nelle quali avvertiamo l’apertura dell’artista alle prediche di Savonarola, che fu il protagonista di quei roghi delle vanità che hanno portato alla scomparsa di tante opere d’arte e di cultura le cui ceneri bruciano ancora oggi.

E’ un viaggio che parte ben prima del Botticelli e precisamente nel 1252, anno della nascita del fiorino d’oro che è presentato nella prima sala all’interno di una teca di vetro come la numero 1 di Paperon de’ Paperoni. Questo minuscolo oggetto fece la fortuna di Firenze, sedusse città e Paesi, l’intera Europa non seppe più farne a meno (fino a prima della metà del Duecento Firenze non ebbe una Zecca propria e si servì dapprima della moneta di Lucca, poi di quella di Pisa: e non stupisce perché, a quel tempo, entrambe queste città la superavano per potenza e per ricchezza). Il fiorino era piccolo, quanto un cinque centesimi di euro ma in realtà, oggi, varrebbe all’incirca 110 euro. Non certo spiccioli. Per questo i fiorentini continuavano a usare l’argento per le spese di tutti i giorni mentre la nuova moneta venne riservata agli affari importanti. Dal 1252 in poi, perciò, la circolazione monetaria a Firenze divenne bimetallica.

Firenze – Fiorino d’oro risalente al 1329

Firenze era una repubblica, così il fiorino recava da una parte un giglio, fiore emblema della città (a cui si deve il nome) come vediamo qui, dall’altra san Giovanni Battista, il patrono della città. Il fiorino era sinonimo non solo di bellezza, data la finezza con la quale veniva realizzato dai migliori fonditori, intagliatori ed incisori, ma anche di sicurezza del suo valore perché la sua produzione fu condotta col massimo rigore: per esso infatti veniva utilizzato solo oro puro a 24 carati e ciascuna moneta doveva pesare esattamente 3,53 grammi. I controlli di qualità erano severissimi tanto che vennero nominati dei responsabili appositi, gli “Ufficiali della moneta”, detti anche “Signori della moneta” fino al 1373 poi detti “Ufficiali della Zecca”, che avevano un mandato di breve durata, 6 mesi, per prevenire la corruzione; un Ufficiale per il fiorino d’oro ed uno per la moneta d’argento. Infatti una delle maggiori truffe che si potevano fare era la falsificazione attraverso soprattutto la tosatura o limatura delle monete, cioè la pratica di asportare, polverizzandola, una porzione: chi fosse stato scoperto a farlo sarebbe incorso in severe punizioni.

Gli “Ufficiali della moneta” avevano il diritto di scegliere dei propri simboli, dal 1375 di solito erano gli stemmi della famiglia dell’ufficiale, da far incidere sulle monete coniate durante i 6 mesi della loro carica, queste monete dovevano poi essere registrate in un apposito registro chiamato il “Fiorinaio”.

Furono anche redatti degli Statuti, come quello presentato sempre nella prima sala, che va dal 1314 al 1461 e che contiene i più antichi ordinamenti pervenutici di questa materia.

Dal fatto che il fiorino aveva il Battista raffigurato deriva il detto “S. Giovanni non vuole inganni” a trasmettere al mondo, attraverso l’immagine del patrono della città, che dei fiorentini ci si poteva fidare, che avevano oro buono.

L’orgoglio e l’attaccamento dei fiorentini alla loro moneta, e quasi una diffidenza superstiziosa verso le novità resero vani i tentativi – peraltro rari – di introdurre modifiche radicali: lo dimostra, ad esempio, l’insuccesso di un fiorino coniato nel 1316 e sospeso nel 1318, che aveva sostituito il giglio con la croce; o di un altro coniato nel 1325 e sospeso nel 1327, che al giglio aveva tolto i tradizionali “fioretti”, che fanno subito distinguere il particolare fiore fiorentino da quello di Francia o quello di Prato e che (come dice il Borghini, filologo e storico italiano, attivo a Firenze alla corte di Cosimo I de’ Medici e di suo figlio Francesco I) non è proprio un giglio ma una specie di giaggiolo, precisamente un’Iride Illirica, da sempre cresciuto in abbondanza sul Montemorello.

Incoronazione o Pala della Zecca, Jacopo di Cione, Niccolò di Tommaso, Simone di Lapo, 1372-1373

E dal piccolissimo passiamo nella stessa sala al grandissimo: la Pala della Zecca, che viene dalla Galleria dell’Accademia e che è stata appena restaurata in occasione della mostra. Opera di Jacopo di Cione rappresenta l’Incoronazione della Vergine, detta della Zecca perché fu commissionata dai “Signori della moneta” per la propria residenza in prossimità del Palazzo dei Priori. Tavola che  appare abbagliante nella sua preziosità, a partire dalla presenza massiccia dell’oro, per non parlare dei tessuti di tipo francese così dettagliatamente dipinti. All’esecuzione della grande Pala contribuirono anche Niccolò di Tommaso e Simone di Lapo, pittore dalla fisionomia artistica ancora ignota. La tavola era poi conclusa da una cornice scolpita e ornata dal lapicida Giovanni di Ambrogio, con gli stemmi del Comune di Firenze e delle corporazioni dei Mercatanti o di Calimala che riuniva i mercanti di prodotti tessili e del Cambio, i cambiavalute, i commercianti di pietre e metalli preziosi e tutti coloro che praticavano il deposito e il credito locale ed estero. I santi raffigurati sono: Giovanni Battista, Reparata, Anna, riconoscibile per la città in miniatura che reca con sé, e Zanobi, primo vescovo fiorentino; a essi si aggiungono Barnaba e Vittore, santi onorati a Firenze dopo le vittorie riportate sui ghibellini nella battaglia di Campaldino l’11 giugno 1289, festa di san Barnaba, e contro i pisani a Cascina il 28 luglio 1364, nella festa di san Vittore. Compaiono inoltre i santi protettori delle corporazioni del Cambio e di Calimala, l’Evangelista Matteo e ancora il Battista. Sul gradino infine vi sono gli stemmi (da sinistra) della famiglia Alberti, dell’Arte di Calimala, il giglio di Firenze, lo stemma angioino, il Sigillo di Firenze, l’emblema degli Angiò di Durazzo, della Parte Guelfa, dell’Arte del Cambio e della famiglia Davanzati. Gli stemmi degli Alberti e dei Davanzati sono riconducibili ai rappresentanti delle corporazioni di Calimala e del Cambio in carica all’epoca dell’esecuzione del dipinto come “Signori della Moneta”: Bartolomeo di Caroccio Alberti e Davanzato di Giovanni Davanzati.

SECONDA SALA

Quando si parla di mercante per eccellenza non si può non parlare del pratese Francesco di Marco Datini, mercante e banchiere, perché c’è da tenere presente che nella società tardo-medievale e rinascimentale commercio e banca andavano a braccetto e lo stesso vocabolo bancherius non indicava necessariamente un operatore economico diverso dal mercator, visto che entrambe le figure potevano svolgere sia attività commerciali che operazioni di cambio o prestito di denaro. Altrettanto ambiguo è il termine “banco”, originariamente utilizzato per designare il supporto materiale, la “tavola”, presso cui venivano eseguite le operazioni di prestito e cambio, e poi passato a designare l’impresa che ne era titolare. Datini fu un mercante-banchiere eccezionale ed eccezionale è il patrimonio storico che ci ha lasciato: si contano infatti circa 50.000 lettere e tantissime carte di ogni tipo nell’Archivio di Prato, perché il mercante pratese annotava meticolosamente tutto: da informazioni sui prezzi, per esempio di una balla di lana, di un carico d’uva sultanina, di un mulo o di una schiava, a lettere in cui lo si trova preoccupato per un’assicurazione, o in vena di lamentarsi per le tasse, o mentre contrattava sui costi di trasporto. E passando da una lettera all’altra si intuisce una contrapposizione tra la ferma volontà di essere saggio, parsimonioso, e il gusto contrario del lusso e dell’ostentazione. Nel dipinto della fine del ‘400 di Tommaso di Pietro Trombetta, Datini è raffigurato in piedi con l’indice della mano destra  alzato benedicente come a sottolineare il suo importante ruolo di cittadino benemerito che all’approssimarsi della morte, senza figli, il 16 agosto 1410, lasciò tutti i suoi beni ai poveri istituendo, a tale scopo, il “Ceppo dei poveri di Cristo”. Si trattava di un capitale enorme, di circa centomila fiorini d’oro, con cui diede vita una delle tre principali istituzioni ospitaliere cittadine, il Ceppo Vecchio, con il Ceppo Nuovo e lo spedale di San Silvestro o di Dolce, risalenti pure a quegli anni. L’istituzione operò fino ai gravi saccheggi del Sacco di Prato (1521), finendo per essere abolita da Cosimo II de’ Medici. Una piccola parte dell’eredità Datini venne anche impiegata, a Firenze, per la creazione e per il sostentamento, tramite un vitalizio annuo, di un ospedale per gli orfani, noto dalla sua fondazione come Spedale degli Innocenti.

Era comunque una cosa comune che personaggi che si erano tanto arricchiti in vita praticando attività bancarie e di mercatura, come per riscattarsi, all’approssimarsi della fine, si dedicassero ad opere pie ed erano proprio i banchieri a risentire maggiormente dei timori legati al potere del denaro. Un altro prestigioso esempio fu Cosimo de’ Medici; ci racconta di lui Vespasiano da Bisticci che tanto era preoccupato per le sorti della sua anima che chiese un’udienza al cliente più importante della sua banca, papa Eugenio, per domandargli in che modo Dio potesse concedergli misericordia. Il suo dilemma, come quello di tutti i banchieri, era come fare per essere considerati buoni senza dover rinunciare alle proprie ricchezze? Investendo diecimila fiorini nel restauro del convento di San Marco, fu la replica del papa.

Ritornando al Datini l’ostentazione della ricchezza si vede a partire dall’abito che poi lo ha reso famoso nell’immaginario collettivo, vestito di rosso porpora, uno dei colori più preziosi che certo non tutti si potevano permettere e che, nel codice dei colori in araldica simboleggia la nobiltà di cuore e l’alto ruolo sociale di chi lo indossa. Anche le maniche e l’orlo della lunga veste sono ornate da una bordura di ermellino anch’essa appannaggio della nobiltà.

Verso la fine del Trecento sorsero numerosi movimenti che inneggiavano alla povertà, uno di questi fu il cosiddetto “movimento dei Bianchi”, detti così dalle vesti che indossavano: un ampio telo bianco con una croce rossa sulla spalla destra, fermato sotto la vita da una corda, che avvolge la testa lasciando scoperti fronte e volto, proprio come vediamo in tre tavolette, unite in origine a formare una predella, provenienti dal Museo della Collegiata di Sant’Andrea di Empoli. Al grido di “misericordia e pace” il movimento dei Bianchi, provenienti dalla Francia, si riunivano   in pellegrinaggi della durata di nove giorni. Questi seguivano sacerdoti che innalzavano crocifissi, dovevano dormire su panche, per terra o sulla paglia, scalzi, digiunare il sabato, astenersi dalla carne, flagellarsi, cantare laude, recitare preghiere e invocare la concordia, senza mai spogliarsi. Ad uno di questi pellegrinaggi partecipò anche il Datini che, meticoloso com’era, ci ha lasciato in carte di suo pugno il resoconto minuzioso delle spese per tale viaggio, elencando tutte le cose fatte. Per esempio dice di aver acquistato tra l’altro «cento pani biscotti» che costarono 3 lire, 6 soldi e 8 denari; un rosario che ammontò a 14 soldi e 8 denari, un cingolo di corda a 3 soldi. Molto il vino acquistato insieme a «cavoli e fagiuoli, e ’nsalata e poponi e cipolle», fichi e pesche, per rispettare la dieta “di magro”. Poi racconta che al momento del pasto, consumato seduti per terra, i fedeli si dividerono «chi per la via e chi pe’ canpi», cioè esattamente, e questo è l’aspetto più interessante, come illustrato nella scena empolese. La tavola racconta poi un miracolo avvenuto in Val di Marina, tra Firenze e Prato, il 24 agosto 1399, quando un mandorlo secco fiorì dopo che vi era stato appoggiato un crocifisso da un gruppo di pellegrini empolesi che si era fermato per ristorarsi. Questo momento è rappresentato nella prima scena, mentre nella successiva è mostrata l’esultanza popolare a seguito del miracolo e nell’ultima il corteo che si avvicina a Empoli preceduto dalla notizia dell’avvenimento.

Beato Angelico (?) Madonna in trono col Bambino 1400 – Proprietà del Museo privato Bellini di Firenze.

Fra Trecento e Quattrocento i quadri e le sculture di soggetto religioso, come sorta di “porta fortuna”, divennero di gran moda nell’arredamento per abbellire le case, e soprattutto la camere da letto, dei i ricchi mercanti e banchieri fiorentini, per le cui committenze impegnavano sempre più denaro. Questa moda, tra l’altro, era ben voluta dai predicatori e dalla Chiesa che sottolineavano appunto l’importanza della quotidiana devozione domestica. Per esempio il domenicano Giovanni Dominici, nella sua Regola del governo di cura familiare del 1410, raccomandava di porre nelle case immagini sacre, che non solo fossero oggetto di culto privato, ma che educassero anche i bambini. Anche le case di condizioni più modeste non si facevano mancare immagini votive, solitamente manufatti in panno cerato, stucco e cartapesta più accessibili come costo. Le opere devozionali di destinazione domestica facevano parte della produzione corrente delle botteghe dei pittori, con caratteri ripetitivi di serialità, che consentivano di immetterle sul mercato a prezzi abbastanza variabili, dato che si trovavano anche a sole 3 lire. Invece, nel 1383 sempre il Datini si poteva permettere di acquistare a Firenze una tavola al prezzo di tre fiorini d’oro. Un’opera come questa Vergine col Bambino, attribuita al Beato Angelico di inizio 400. Appare subito evidente la ricchezza delle materie prime usate, a partire dai colori come il largo impiego di lapislazzuli per il blu, che era uno dei colori più costosi.

TERZA SALA

Per l’uomo medievale e rinascimentale il peccato più grave, dopo la simonia (cioè l’acquisizione di beni spirituali in cambio di denaro, la pratica di comprare cariche ecclesiastiche, l’assoluzione di peccati, indulgenze), era il peccato d’usura, equiparata all’avarizia, uno dei sette vizi capitali elencati da Gregorio Magno, insieme a superbia, invidia, ira, accidia, gola e lussuria. Nel 1179 il Concilio Laterano III emanò un decreto col quale addirittura si negava la sepoltura cristiana agli usurai pubblicamente noti.

Gli usurai dell’Inferno dantesco incarnano quanti nei secoli hanno applicato tassi esosi, riducendo in difficoltà coloro che ricorrevano a essi. Sono loro ad essere rappresentati in questo affresco staccato dell’Orcagna: usurai, esattori delle imposte, strozzini dai volti grifagni, deformati. Si inizia a rappresentarli così, come se il loro redditizio e peccaminoso operato fesse capace anche di trasformarli fisicamente. Tra i dannati vi sono anche un vescovo, un cardinale, un papa, un re, una monaca e alcuni laici, che guardano con timore ai diavoli che li circondano, uno dei quali indossa una grande borsa riccamente decorata e impugna un vessillo con l’iscrizione «AVAR/ITIA». Vi sono poi altri diavoli che li colpiscono con borse cariche di soldi. Tra i dannati non compare nessun frate perché la loro scelta di vita di povertà si contrapponeva al lusso sfrenato della società fiorentina; l’opera infatti vuole celebrare la moralità dei francescani, committenti dell’affresco. L’affresco, oggi in stato frammentario, è parte di una grande pittura murale situata originariamente nella navata della chiesa francescana di Santa Croce a Firenze.

Questa predella dell’artista 400esco Pesellino degli Uffizi, testimonia la preoccupazione dei grandi banchieri e mercanti fiorentini di salvare la propria anima attraverso la commissione di chiese, cappelle, conventi, apparati, pale d’altare, destinate a ordini ed enti religiosi. Questa rappresenta, da sinistra, la Natività, il Martirio di san Cosma e san Damiano (i santi protettori di Cosimo e della famiglia Medici poiché avevano praticato l’arte medica) e Sant’Antonio che fa ritrovare nel forziere il cuore dell’usuraio. Originariamente questa predella faceva parte della Madonna col Bambino e i santi Francesco, Cosma, Damiano e Antonio da Padova eseguita da Filippo Lippi e detta pala del Noviziato perché doveva decorare la Cappella del Noviziato in Santa Croce per volere di Cosimo. L’episodio che qui ci interessa di più è proprio il racconto del funerale di un famoso usuraio: durante la sua predica, Sant’Antonio dichiarò che quel corpo non meritava di essere sepolto in un luogo consacrato e ricordò un brano del vangelo di Luca, in cui si dice: «Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». Allora i chirurghi aprirono il petto dell’usuraio ed effettivamente non lo trovarono: esso era nascosto nel forziere, che si vede nell’altra stanzetta a sinistra della scena, insieme alle monete da lui accumulate in vita.

La Toscana fu nel Rinascimento profondamente legata alle Fiandre, entrambe furono tra i principali poli del rinnovamento economico e luoghi in cui si è concretizzata la ricerca della rappresentazione dello spazio e della rappresentazione realistica, anche se con risultati diversi. I fiamminghi improntarono una ricerca figurativa del reale basandosi principalmente sulla resa della luce, mentre in Italia, insieme alla ricerca della verosimiglianza, furono fondamentali il recupero dell’antichità classica e la ricerca di regole matematiche e scientifiche per la resa dello spazio.

Il fiammingo Jan Provost, ai primi del ‘500, dipinge l’Avaro e la Morte dal forte significato: diversamente da come si potrebbe pensare, tutto ruota intorno al giovane accigliato e col cappello nero sulla destra che indica il foglietto tenuto in mano dalla Morte e sul quale vi è un’iscrizione, in stato frammentario, che inizia con «Ic Ian Lanckart…». Si tratta del committente dell’opera, ormai defunto (lo si capisce perché ha il sudario della Morte addosso); la Morte è giunta a pagare il debito lasciato insoluto dal giovane, mentre il banchiere, che non si sgomenta minimamente davanti ad essa, si limita a controllare scrupolosamente nel suo libro contabile l’ammontare del proprio credito e restituisce la lettera di cambio. Il tutto si svolge tranquillamente all’interno della bottega del banchiere, preziosamente vestito con una sopraveste rossa imbottita di pelliccia, tra sacchetti di denaro e foglietti scritti, sparsi per l’ambiente a significare che davanti al denaro e all’interesse il banchiere non guarda in faccia nessuno.

La stessa avidità si trova rappresentata in quest’altra opera di un altro artista fiammingo, Marinus van Reymerswaele, nelle facce tanto ghignanti che divengono caricaturali e grotteschi, di questi due usurai coi loro vistosi cappucci, caratteristici della moda italiana e fiamminga del Quattrocento. Sulla pagina scritta del libro che tengono non si leggono i conti che presumibilmente i due stanno controllando, ma una frase moraleggiante: “Non ambite troppo a ricchezze ingiuste, perché esse non vi daranno alcun vantaggio il giorno della Venuta [di Cristo] e del Giudizio. Siate dunque senza avarizia”. L’intento quindi di queste opere è essenzialmente moraleggiante: rendere palese, in maniera distaccata e divertita, l’animo turpe e crudele dei protagonisti che incarnano i vizi propri della società mercantile e bancaria.

Presto, si capisce bene, il problema dell’usura portò con sé numerosi altri problemi, primo fra tutti il fatto che condannando indiscriminatamente le attività di prestito di denaro a interesse si veniva a paralizzare totalmente l’economia che aveva tanto reso florida e ricca la città di Firenze. L’usuraio era un peccatore soprattutto perché faceva soldi senza lavorare, faceva cioè pagare il tempo, cosa di cui non poteva disporre ma che apparteneva solo a Dio. Questa lunga e plurisecolare questione, irrisolvibile nella vita pratica, circa la liceità o l’illiceità dell’interesse, portò ad ufficializzare il ruolo degli ebrei come prestatori, i soli, in linea di principio, a essere autorizzati a praticare l’usura in quanto non facenti parte del mondo cristiano e non assoggettati alle stesse regole (nella società essi addirittura potevano svolgere solo tale attività o la medicina). D’altro canto, la tradizione del giudaismo sembrava addirittura legittimare l’attribuzione di un interesse sui prestiti concessi agli stranieri, cioè a coloro che non erano della loro stessa fede.           Vi furono comunque personaggi di una grande lucidità intellettuale che tentarono una soluzione alla questione, come Tommaso d’Aquino o Sant’Antonino Pierozzi che qui vediamo in un busto di ignoto scultore toscano della fine del 400 proveniente da Santa Maria Novella. Antonino condanna la maggiorazione di cifra alla restituzione di un prestito, ma ammette che si debba distinguere il prestito a usura da alcuni contratti che gli somigliano, e riconosce legittimi gli interessi quando il prestito è concesso a un navigatore o a un mercante che corrono rischi particolari, oppure quando il debitore ritarda a pagare il compenso stabilito al momento del contratto. La sua Summa Moralis, scritta tra il 1440 e il 1459, è un insieme prezioso di osservazioni e un vero trattato di scienza economica, proposto da un moralista misurato e saggio. Egli riconosce l’importanza del commercio che, assicurando il benessere economico, favorisce la pace e l’amicizia tra i diversi popoli. L’esempio di questo busto, realizzato sulla maschera mortuaria di Antonino, probabilmente eseguita nella settimana seguente alla morte, avvenuta il 2 maggio 1459, rappresenta un tipo di arte che fu approvata da Savonarola perché si tratta di un’arte realizzata con materiali “poveri”, la terracotta infatti ha un costo basso, e un’arte che è educativa perché ha come soggetti personaggi o figure di santi che aiutano nella meditazione e nella preghiera. Savonarola riprenderà da sant’Antonino la sua attiva partecipazione alla vita politica cittadina in difesa della legalità e dei diritti dei deboli, con una precisa posizione contraria alle irregolarità tentate dal governo mediceo.

Sulla scorta dell’esortazione dei frati minori francescani e poi dei domenicani, sorsero i cosiddetti Monti di Pietà, cioè istituzioni antiusura, a carattere benefico per tutelare i poveri dagli usurai, che avrebbero dovuto assicurare prestiti ad interesse pressoché nullo, solamente per compensare le relative spese (il primo fu avviato nel 1462). Tali istituzioni si rivolgevano però ai “poveri ricchi”, cioè a coloro che avevano qualcosa da lasciare in garanzia. All’idea iniziale dei Monti di Pietà ancora oggi diffusi e necessari, si rifà anche un’iniziativa moderna: la Grameen Bank, cioè Banca del villaggio, fondata nel 1977 da Muhammad Yunus, che offre soprattutto al mondo femminile microprestiti senza interessi e senza garanzie collaterali, per consentire di avviare piccole imprese economiche.

Grande propagatore della diffusione dei Monti di Pietà fu, a partire dalla fine degli anni ottanta del Quattrocento, il frate francescano Bernardino da Feltre che qui vediamo in un’opera dell’artista 400esco Vicino da Ferrara, mentre tiene nella mano destra il monte della Pietà: una formazione rocciosa su tre livelli rivestita da un manto erboso dove si legge «MONS PIETATIS» e sul quale sono disseminate delle monete. Alla fondazione dei Monti di Pietà diede un appoggio concreto Girolamo Savonarola, quando assunse il controllo politico della città di Firenze.

Bernardino da Feltre nacque nel 1439 come Martino Tomitano da una facoltosa famiglia nella cittadina veneta da cui ha poi desunto l’appellativo. Studiò diritto e grammatica a Padova prima di entrare nell’ordine dei frati Minori Osservanti. Fu ordinato sacerdote e divenne famoso predicatore. Nel dipinto, eseguito probabilmente non molto dopo la sua morte avvenuta nel 1494, la testa è circondata da raggi, ad attestare la venerazione di cui era oggetto già prima della beatificazione avvenuta nel 1654.

Continua…

Informazioni Utili: MOSTRA NON PIU’ IN CORSO (17 settembre 2011-22 gennaio 2012) – Palazzo Strozzi, Firenze.

Curatori: Ludovica Sebregondi e Tim Parks.

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