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I compiti sono un “inferno”? Come l’arte e la visualizzazione possono salvare il pomeriggio

Ammettiamolo tra noi: a volte il momento dei compiti è un vero campo di battaglia. Ci si rode il fegato, la frustrazione sale e ci sembra di perdere tempo prezioso mentre i nostri figli si trascinano da una stanza all’altra, rimandando l’inevitabile. Sentirsi esausti è normale, soprattutto quando abbiamo mille altre cose a cui pensare.

Ma se vi dicessi che esiste una strategia – non una formula magica, ma un esercizio di esplorazione creativa – per trasformare questo blocco in un momento di scoperta da condividere con i vostri figli?

Fermatevi, chiudite gli occhi e respirate insieme

Il segreto non è urlare più forte, ma fermarsi. Serve prendersi un po’ di tempo per mettersi nella condizione di esplorare insieme ai propri figli. L’esercizio che vi propongo oggi si basa sul focalizzare e visualizzare che a me è tornato molto utile: a volte, è proprio a occhi chiusi che si iniziano a vedere le cose con più chiarezza.

  1. La respirazione: Iniziate insieme. Inspirate dal naso gonfiando la pancia come foste un palloncino, espirate piano dalla bocca. Immaginate che insieme all’aria esca tutto lo stress accumulato.
  2. Il bivio: Visualizzate due strade.
    • La strada del “non far nulla”: la più semplice, che però non porta a nessun risultato.
    • La strada complessa: quella faticosa, che però permette di afferrare il traguardo (i compiti finiti!).

Provate a descrivere queste strade nei minimi dettagli. Mio figlio mi ha raccontato che la strada del “non fare” portava a una porta che, una volta aperta, rivelava solo buio. L’altra strada portava alla luce, ma percorrerla era difficilissimo: bisognava muoversi come un equilibrista per non cadere in un terreno di spine appuntite.

La cosa straordinaria è stata vedere come, dopo questa visualizzazione e narrazione, sia nata in lui l’esigenza di disegnare questo percorso. Disegnando, quegli ostacoli astratti hanno preso forma e, finalmente, hanno avuto un nome: la difficoltà di concentrarsi e la fatica nel capire le cose per bene.

L’arte come strumento potente per trovare strategie

La vera sorpresa è arrivata quando, guardando il suo disegno, mio figlio ha trovato da solo le soluzioni per superare quegli ostacoli:

  • Pause di vera qualità: Ha capito che servono momenti di stacco, ma che vanno usati bene.
  • Svuotare, non riempire: Ha intuito che la pausa deve servire a “svuotare la mente” e non a riempirla con altro che affatica, come il cellulare.
  • Lo sguardo oltre: La sua strategia vincente? “Meglio guardare fuori dalla finestra”, mi ha detto. Un gesto semplice per rigenerare l’attenzione senza sovraccaricarsi.

Perché tutto questo funziona?

L’arte ha permesso a un bambino di fare un lavoro di auto-analisi che a parole sarebbe stato impossibile. Una volta che l’ostacolo è disegnato e nominato, smette di essere un “capriccio” e diventa un problema tecnico da risolvere.

Il consiglio in più: Non cercate la perfezione estetica. L’obiettivo non è fare un bel disegno, ma usare il disegno come una bussola per orientarsi nel caos delle emozioni.


E voi? Avete mai provato a usare la fantasia per sbloccare un pomeriggio difficile? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti!

La libertà di esprimersi

Foto ripresa dal Laboratorio di Arteterapia Parkinson

Si parte da una gestualità istintiva.
Le mani vanno lasciate andare da sole. Sanno dove andare, perché hanno memoria, conoscenza, desiderio di muoversi e di esplorare. Non hanno bisogno di essere guidate: chiedono solo fiducia.

Anche quando, a posteriori, il lavoro gestuale iniziale può non piacere, è proprio lì che accade qualcosa di fondamentale. Quel primo gesto istintivo è una soglia: porta a far emergere il profondo di sé. Il caos, quasi sempre, genera qualcosa di interessante. È una materia viva, in trasformazione.

“A guardarlo, sembra un vulcano: da dentro esce lava, ma non è scura, non è distruttiva. È colorata, fatta di tanti colori diversi, come se ogni strato emotivo trovasse il suo spazio per affiorare” L.C. (Lab di Arteterapia)

“Per molto tempo mi sono detta: non so disegnare, non ho fantasia. A scuola l’arte era sempre un brutto voto, e quando succede abbastanza volte, ci si arrende. Si finisce per credere a quella frase: tanto non so. E ci si porta dietro questa convinzione anche dopo sessant’anni” S.P (Lab di Arteterapia).

“E invece questi segni arrivano senza che io li vada a cercare. Non li progetto, non li controllo. Vengono fuori da soli” D.S (Lab di Arteterapia).
È un processo.

Il foglio bianco all’inizio è un muro. Spaventa. Ma basta trovare un primo appiglio, un aggancio minimo, e da lì qualcosa inizia a muoversi. Piano piano. Senza forzature.

Quello che emerge è libero, imprevedibile, organico.
Come la natura.

I miei deserti

Dalla serie “I miei deserti” – Acrilici su carta telata

“Ho imparato a rispettare i miei deserti, senza voler essere per forza, e sempre, un giardino fiorito.”

Ho incontrato questa frase di Emanuela Pacifici e l’ho sentita subito come una verità intima, necessaria. Da qui nasce il racconto di una serie di opere pittoriche dal titolo “I miei deserti”.

I miei deserti sono spazi infiniti, senza inizio né fine, come quelli della mente, del sogno, della meditazione. Sono luoghi interiori che parlano di silenzio e vastità, e raccontano quella sensazione che a volte ci attraversa davanti alla natura: un paesaggio immenso e maestoso che, con la sua potenza, è capace di azzerare tutto.
Le preoccupazioni, la frenesia quotidiana, l’affollamento della mente, la sensazione di sopraffazione, il peso dei “doveri” che la nostra società ci impone.

Una società che ci vuole tutti uguali, sempre perfetti, sempre sorridenti, sempre performativi. Al massimo.
Così finiamo per volerci anche noi: ci obblighiamo a essere in un certo modo per sentirci accettati, adeguati, all’altezza.

La pittura dei deserti nasce come uno spazio di resistenza a tutto questo. Insegna a riconoscere le nostre fragilità, ad accorgercene senza giudizio, a coccolarle e a prendercene cura. È un lavoro su sé stessi tutt’altro che facile o banale, perché nell’esperienza artistica, come nella vita, siamo spesso noi i primi a giudicarci, a pretendere di fare sempre “bene”, sempre il massimo, sempre qualcosa di “bello”.

Ma cosa significa davvero fare bene? E cosa significa fare del bello?

La pittura dei deserti allena alla consapevolezza che queste idee sono spesso astrazioni che ingabbiano la creatività e ci allontanano dalla possibilità di riconoscere la felicità. Una felicità semplice, presente, che esiste qui e ora: nel processo, nel movimento, nella sensazione del corpo e dei sensi.

Non si ha sempre voglia di sorridere.
Non si ha sempre voglia di essere forti, prestanti, luminosi.
Non si è sempre un giardino fiorito.

E va bene così.

Ama i tuoi deserti.
Immensi, silenziosi, poetici.